lunedì 17 dicembre 2018

Diano Marina (IM): DH sul Golfo più blu della Liguria

Nella sempre più vasta offerta di circuiti off road della riviera ligure di ponente, quella di Diano Marina, adagiata nell'omonimo golfo, è sicuramente una destinazione da prediligere. Vediamo allora quali sono i suoi punti di forza.

La nostra guida Gaia Marchini 

La posizione
Il clima è da favola, lasciate pure a casa gli abiti pesanti: bastano le sole protezioni per sudare come in sauna.  
Il golfo dianese è incantevole, soprattutto se ammirato dai trail che intarsiano le prime colline.




La vastità dell' offerta
"Diano è tanta roba": scusate il linguaggio poco aulico ma è il modo più immediato per descrivere l'impressione che si ha scendendo dai trail. Belli per l'altissimo livello tecnico e per l'eterogeneità degli stili. Inoltre i percorsi sono costantemente manutenuti ed arricchiti da rampe e drop artificiali per i più scatenati.




Analizziamo ora in dettaglio le 4 discese che abbiamo affrontato: per farle in giornata è consigliabile avvalersi di un bike shuttle (con i ragazzi della TF7 che curano anche i sentieri) o di una E-Bike.



I Maiali

Apriamo le danze con un trail che deve il suo nome alla presenza di un allevamento suinicolo in prossimità della partenza. 


Questo versante è immerso in una macchia mediterranea molto folta ed il sentiero scorre come una lama tra arbusti e scalini di roccia naturale. Il fondo è decisamente sconnesso ed è indispensabile avere una buona tecnica da trial, oltre ad una certa capacità di rilancio per le continue insaccature tra roccia e terreno. Circa a metà è stato predisposto uno spazio rampage per la felicità dei biker più salterini. 








Vacche Morte


E' il più enduristico del quartetto qui presentato: serve una buona padronanza di guida negli spazi stretti. Passaggi molto fisici che richiedono continue torsioni e appoggio laterale. Attenzione ai passaggi su sassi smossi, che possono risultare poco stabili.


San Rocco
La più variegata, completa divertente: un tracciato ricchissimo di emozioni con passaggi vertical al cardiopalma, drop naturali e artificiali, curve flow e splendidi passaggi su roccia. Una bomba di adrenalina! 

Antenne



Il più panoramico ma non per questo rilassante. Se amate i salti potete affrontare il sentiero che scorre a ridosso dei tralicci bianco rossi ed affrontare il mitico salto nel blu. La prima parte scorre sul glabro crinale alto per poi sprofondare in una suggestiva macchia mediterranea che copre la vista del mare. 
Sono presenti alcuni passaggi decisamente tecnici ma generalmente il sentiero scorre abbastanza fluido con il piacevole sottofondo blu marino delle acque del golfo dianese.


Insomma questa location a metà tra la provincia di Savona e Imperia non ha nulla da invidiare alle vicine mete di alto rango come Finale Ligure e San Remo. 



  










  


  

giovedì 13 dicembre 2018

Appello ai pulitori di sentieri

Nella stagione in cui gli alberi cedui restituiscono alla natura milioni di foglie secche capita di trovarsi davanti a sentieri puliti come se fosse agosto. Sappiamo tutti chi dobbiamo ringraziare per questo miracoloso effetto: gente che si fà in quattro per permetterci di girare anche in questa fase dell'anno. 




Non importa se chi compie questi lavori è motivato da pura passione o tornaconto economico o un mix di entrambe le cose: si tratta di un fatto e su questo vorremmo condividere con voi questa riflessione e ci auguriamo che sia motivo di riflessione anche per gli addetti ai lavori. 
In natura tutto ha un senso: anche ciò che come fruitori del bosco percepiamo come fastidioso. Lo foglie sul terreno sono un manto protettivo che previene gli effetti erosivi causati dal dilavamento delle piogge e dall'aggressività del gelo. Lo strato di humus che si formerebbe senza l'intervento dell'uomo ha lo scopo di mantenere in vita i batteri presenti nel terreno: mantenendolo quindi compatto ed amalgamato. 
Un terreno senza foglie è un terreno morto, più fragile e soggetto all'erosione. Come se non bastasse a questo ci aggiungiamo gli effetti della frequentazione: ovvero altra erosione. Non è quindi un caso se sono proprio i sentieri tirati a lucido quelli ad ammalarsi per primi. Quando un sentiero si ammala necessita di cure sempre più forti: rinforzi, scavi, controscavi, scoli per l'acqua, fino a diventare un cantiere permanente.



La soluzione potrebbe essere un ricorso all' antica saggezza dell' in medio stat virtus. Ovvero iniziare ad avere una mentalità della pulizia del bosco che non sia la stessa con cui puliremmo il salotto di casa. In un ambiente naturale un po' di foglie non guastano, soprattutto quando sotto di esse troveremmo qualche spanna di fango. Lasciamo che i sentieri abbiano un po' di riposo e non stressiamoli 365 giorni all'anno: piuttosto creiamo varianti, recuperiamo vecchi sentieri ma cerchiamo di evitare una assurda gara a chi ha il sentiero più pulito. 
Ricordiamoci anche che non è la natura a doversi adattare a noi ma siamo noi che dobbiamo adattarci al contesto ambientale che frequentiamo.





martedì 11 dicembre 2018

Finale Ligure: da Base Nato a Finalborgo in single track

Un itinerario che segna il nostro ritorno nella mecca ligure dell'enduro. Finale è una di quelle realtà che ammaliano: una volta che vi hai messo piede la voglia di sperimentare tutte le soluzioni discesistiche diventa inarrestabile. 



Questo percorso nasce dall' idea di unire sentieri di ultima generazione con quelli storici solcati dai piedi dei locali quando ancora non esistevano le ruote grasse. Ne è uscito un percorso incantevole e mozzafiato al tempo stesso.
La zona è quella di Finalborgo - Base Nato, i punti di intersezione tra strade e sentieri sono Feglino e San Rocco.
Dal pittoresco centro di Finalborgo si sale seguendo la SP 27 fino a Feglino per 5,5 km. La salita graduale e dolce fin qui affrontata diventa presto un ricordo sulle rampe impervie che in 2 km conducono alla Chiesa di San Rocco. Da qui a guadagnarci è il  panorama: dalla chiusa ed ombrosa valle si passa ad orizzonti più ampi e solari: un sollievo morale per affrontare i 7 km che conducono alla cima sormontata dai ruderi artistici della ex Base Nato (Km 15,8).
Giunti qui decidiamo di rompere il ghiaccio con un Madre Natura da spezzare dopo 2 km per ritornare alla Base e ricominciare a scendere sul Sentiero della Neviere che scorre parallelo.









Si tratta di due trail molto simili, che peraltro scorrono paralleli. Sono un alternare tra passaggi velocissimi con curve a rientrare stile bike park e momenti più tecnici con passaggi su roccia molto divertenti. 




L'ultima parte delle Neviere è un po' più blanda, di mero ricongiungimento con il pezzo clou di questo itinerario, ovvero la Ca' Bianca che si imbocca poco sopra San Rocco quando il contachilometri segna 22km.
Discesa scorbutica sin dalle prime battute, ma è a partire da metà discesa che si dovranno tirare fuori gli artigli: passaggi molto stretti con rocce in contropendenza e qualche tratto ripido per chi non ne avesse abbastanza.








La perla finale è invece la discesa di Finalborgo: per guadagnarsela serviranno gambe allenate per rifare la tormentosa salita per San Rocco da Feglino (dove ci si può comunque rifocillare). Discesa molto varia, piuttosto ardimentosa nella parte iniziale, più scorrevole nella seconda metà che diventa una sorta di urban con passaggi tra pareti di case, scalini e selciati fino allo spettacolare ingresso in città a fianco delle mura antiche.





lunedì 3 dicembre 2018

Come impugnare la leva del freno ?

Nella tecnica di guida della MTB il dito non è un semplice dettaglio ma un' interfaccia fondamentale tra la componente umana e quella meccanica. La differenza tra una guida corretta e sicura ed una caduta rovinosa talvolta si misura proprio in un dito.  





Non parliamo di tecnica di frenata ma di come tenere le dita nella posizione base a cui abbiamo accennato nel capitolo ad essa dedicato.
La prima regola è usare un solo dito (l’indice o il medio): i moderni impianti lo consentono, la forza necessaria ad azionare il pompante è veramente minima, quindi non ha senso sottrarre un dito in più alla presa sul manubrio.
Il dito deve lavorare dritto e posizionarsi in fondo alla leva, in corrispondenza di quella parte terminale ricurva creata apposta per impedire che la leva sfugga.





Un altro aspetto importante riguarda l’angolazione della leva rispetto al manubrio. Per lavorare in modo ottimale la leva deve avere un’inclinazione di 45° in basso rispetto al manubrio. Per una ideale ergonomia si  deve creare una linea dritta e continua tra il dito ed il braccio.





Vediamo infine come regolare la corsa della leva. Troverete una rotellina (o una vite a brugola a seconda dei modelli) a fianco della leva: girandola si allungherà o si accorcerà la lunghezza della corsa. L’ideale sarebbe avere la leva parallela al manubrio quando arriva a fine corsa. 




lunedì 26 novembre 2018

Come si affronta un rock garden?

Che cosa sia un rock garden è facile intuirlo, anche se la traduzione nell’italica lingua non trova corrispondenti. In pratica è una sequenza di passaggi di affondo e rilancio per danzare da una roccia all'altra. Vediamo in modo semplice e schematico in cosa consiste questa tecnica.





Elasticità di braccia e gambe 


La prima predisposizione è in chiave psicofisica: scioltezza, elasticità e fermezza. Le gambe e le braccia dovranno diventare degli ammortizzatori, se siete rigidi verrete respinti ad ogni affronto. Partendo dalla posizione base ci molleggeremo a seconda della necessità. Tutto dipenderà dall’angolatura che darete alle articolazioni. Assolutamente vietato scendere con le braccia sempre tese o il fondoschiena subito appoggiato sulla ruota posteriore: un baricentro troppo basso rende la bici inguidabile; evitate gli estremi, affidatevi all’elasticità naturale del corpo.   

Guardare la traiettoria




Individuate una traiettoria: la più pulita, la meno spigolosa, evitate i pieni e seguite i vuoti come farebbe l’acqua: questo compito spetta agli occhi ma il corpo deve seguire senza esitazioni. La frenata va distribuita approfittando dei tratti facili, dove la ruota può essere bloccata senza scomporre l'equilibrio della bici: mai frenare su ostacoli o sconnessioni.



Mantenere un buon ritmo

Quanto alla velocità ricordatevi che la virtù sta nel mezzo: troppo piano e vi impunterete, troppo veloce e perderete il controllo. La capacità di individuare la velocità ottimale è una dote che si affina con la pratica. 




Occhio alle pedivelle 



A volte le pedivelle possono diventare pericolose: se le rocce non sono troppo aguzze il consiglio è di andare con i piedi allineati, altrimenti dovrete giocare ad alzare o abbassare le pedivelle per evitare il contatto.



Infine  i talloni. Ben piantati sì,ma al tempo stesso devono leggere il terreno e distribuire il peso per bilanciare sconnessioni e contropendenze: staccate il cervello e affidatevi alla pura sensibilità.   





mercoledì 21 novembre 2018

Appiano (BZ) in All Mountain tra laghi, castelli e leggende

Un intrigante percorso MTB tra laghi, castelli e leggende che si aggroviglia sul crinale della verdeggiante collina che divide due valli nel cuore della Val d' Adige, pochi km a sud di Bolzano. Al centro dell' itinerario un castello medioevale i cui ruderi parlano di antiche leggende. 


Siamo in una delle zone più blasonate per la produzione del vino, come dimostra il toponimo della località di partenza: Appiano sulla Via del Vino. 
Dal parcheggio del Consorzio vitivinicolo di San Michele a due passi dalla stazione si parte salendo su un breve tratto in asfalto che presto lascia il posto al fondo naturale che caratterizza tutte le strade che percorrono questa formazione collinare.   




Attraversati i primi vigneti che cingono le parti più basse della collina si passa nella ben più selvaggia ambientazione della Valle di Primavera. A dispetto del nome il periodo migliore per attraversarlo in bici è l'autunno: nel periodo primaverile la zona è letteralmente presa d'assalto dai camminatori attratti dalle fioriture del sottobosco.
Si attraversa l'agglomerato di Monticolo che costituisce il primo di due giri a 8. Si prosegue sempre su sterrato nel profondo bosco fino a sbucare sulla provinciale asfaltata con vista sul Lago di Caldaro - tutto questo avviene nei primi 10km.




Per arrivare al castello bisogna scalare altri 3 km: metà su asfalto metà su sterrato con un breve tratto a spinta sulle rocce. 
La fascinazione per le antiche mura medioevali è tanta (Castelchiaro è del XIII sec., tra l'altro si hanno tracce di insediamenti romani e addirittura preistorici) ma anche i panorami non sono da meno: la gemma turchese del lago di Caldaro è sempre l'attrattiva di maggior successo.






La leggenda narra di un ragazzo assetato che bussò alle porte del castello per avere un po' d'acqua: il Signore, noto per la sua avarizia, gli chiuse la porta in faccia senza nulla dare. La reazione del giovane fu quella di piangere in quantità tale da creare un lago che sommerse tutta la parte bassa della valle compreso il paese ed i possedimenti vinicoli del Signore. Ancora oggi si narra che dal fondo del lago in certe occasioni si odano i rintocchi delle campane del paese sommerso.




Una leggenda, ma con un fondo di verità: il Lago di Caldaro è di origine alluvionale, con un ricambio d'acqua lentissimo ed ha una funzione mitigatrice del clima tanto da rendere quest'area del Sud Tirolo una sorta di lembo mediterraneo.
Dopo una divertente discesa si riprende a salire con obiettivo le prominenti formazioni rocciose dei Denti di Cavallo. 







Siamo al km 15 ed inizia la parte più divertente della discesa dove non mancano passaggi tecnici di media difficoltà.






Con numerosi alti e bassi si ritorna a Monticolo (km 23), stavolta puntando verso i due laghi di origine glaciale: Monticolo Grande e Piccolo le cui acque formano un particolare idilio riflettendo le immagini della corona boschiva.
Si gira per altri 7 km di punti panoramici per ritornare velocemente alle Cantine.