sabato 18 gennaio 2020

Gomme MTB: l'importanza dei tasselli di transizione

Quante volte sarà capitato di provare una nuova gomma e non trovare la giusta armonia nelle fasi più critiche della guida?
A volte le gomme vanno capite, e il loro linguaggio è quello dei tasselli. La loro lettura non è sempre immediata e nemmeno univoca. Sono tanti gli aspetti che si potrebbero approfondire: ne mettiamo sotto la lente uno in particolare: quello dei tasselli di transizione.
Il disegno della gomma è composto da tre sezioni: centrale, laterale e, appunto, di transizione.
La sezione centrale si occupa fondamentalmente di trazione in salita e di tenuta in frenata durante la discesa. 
La sezione laterale è impiegata solo quando la bici lavora in piega, ovvero quando la guida diviene più aggressiva.

Tra queste due si pone la sezione intermedia, dove entrano in gioco i tasselli di transizione.
In genere questa sezione presenta tasselli di dimensioni ridotte o in alcuni casi è addirittura priva di essi. Il loro compito è quello di rendere progressivo il passaggio dal battistrada all'appoggio laterale: questo consente di evitare pericolosi strappi o perdite improvvise di aderenza. Servono quindi per dare una continuità anche nei passaggi più bruschi e nervosi: molto importanti sono anche gli intagli che servono a deformare il tassello e renderlo più aderente(vedi articolo su questo argomento).






Ma perché in alcuni modelli non sono presenti, o sembrano non esserci? In realtà in alcuni casi vi è una sorta di escamotage che consiste nell'allungare i tasselli centrali fino a farli diventare tasselli di transizione incorporati nel battistrada.  






Vi sono però anche modelli in cui tra la sezione laterale e quella centrale corre un canale. Si tratta di una soluzione adottata per aderire sulle contropendenze e per piegare su terreni compatti: quel canale diventa una sorta di binario su cui la gomma scorre trasversale. Un esempio il Maxxis Minion DHF.

Maxxis Minion DHF proprietà





Tutto questo a cosa ci può servire? Innanzitutto che la gomma perfetta non esiste e da una gomma ci dobbiamo aspettare ciò per cui è stata predisposta. Capita spesso di avere delle ottime gomme e magari non intuirne tutto il loro potenziale. Succede anche di registrare comportamenti nervosi della bici su un certo tipo di terreno e perfetta stabilità su altri. In molti casi la risposta è nei tasselli di transizione e nelle svariate soluzioni in cui vengono proposti. 
Non dimentichiamo infine il fattore usura: a volte quando una gomma è troppo consumata sono proprio i tasselli di transizione a salvarci: ma questo significa anche che dobbiamo passare presto dal rivenditore.


https://www.amazon.it/shop/endurosenzafretta





lunedì 13 gennaio 2020

Medelana (BO): Enduro nella valle del Reno

Una traccia per scoprire due delle discese più classiche delle colline bolognesi. I trail della Medelana sono un simbolo d'identità per i biker felsinei: non meno di quanto le Due Torri lo siano per la città. 


I percorsi che vi presentiamo sono la Bionda ed il Casamento: due linee scolpite sul fianco della collina che si affaccia sul Reno, tra Sasso Marconi e Marzabotto.


 Casamento con il gruppo Bikers Bolognesi



Sono luoghi abbastanza esclusivi e dalla scarsa densità demografica, ville signorili a cui si uniscono i resti di una nobiltà decaduta. La Medelana appartiene a quest'ultima: un complesso di edifici rustico-nobiliari sviluppatisi intorno al XV e rimaneggiati fino all'inizio del XX sec. con rifacimento in stile liberty delle mura di un castello.




Una ulteriore premessa riguarda l'uso assolutamente consigliato delle protezioni, un casco integrale, e gomme ben artigliate.

Si parte dalla frazione di Luminasio (possibilità di parcheggio intorno alla bella Chiesa rossa e al Cimitero). La salita volteggia sul fianco occidentale della collina di Medelana, le cui cime svettano intorno ai 600mt. Il panorama si presenta ricco di contrasti con campi coltivati che si alternano a tratti del tutto inospitali per l'uomo.  

Una scorciatoia sterrata  (al km 3,5) fredda ed ombrosa permette di ridurre il tributo al bitume. Asfalto che si riprende sul crinale fino al nucleo della Medelana (Km 5) che appare in tutto il suo riprovevole abbandono.
L'attacco della discesa è ormai imminente: una deviazione netta sulla destra porta ad un tratto su fondo naturale che si rivela un valido warm up. 
Prima parte caratterizzata da sentiero angusto, tortuoso ed incattivito dalla presenza di grossi sassi. Nella seconda metà il livello tecnico aumenta con favolosi passaggi su placche rocciose che offrono comunque un'ottima tenuta. 










Nel complesso la Bionda non può considerarsi un sentiero estremo ma alcuni passaggi su roccia sono decisamente impegnativi e non tollerano errori.
Tratto finale che sfocia all'altezza di un ponte ad arco su fragoroso ruscello. 



Ora inizia un' uggiosa risalita in una valletta piccola ma dalle temperature artiche. Superato un caseggiato si prosegue su strada vicinale per sbucare dal cimitero e risalire di nuovo alla Medelana. Stavolta accorciamo: al km 15 subito dentro al veloce sterrato che porta diretto sul famigerato Casamento. 

Il tratto più brutale è quello intermedio con curve al limite e passaggi su roccia che solo i più molleggiati riusciranno ad interpretare nel modo giusto. Dopo una splendida S scavata nella roccia si devia su una variante flow misto gravity: una goduria per gli amanti del genere. Altrimenti proseguendo in senso opposto si percorre un tratto decisamente più scassato ma comunque divertente.






Finale che si accomuna con il precedente trail, risalita stavolta più dolce per tornare a Luminasio. 



giovedì 9 gennaio 2020

Colle della Maddalena: a tutto enduro sopra Torino

Se vi capita di passare sotto la Mole non dimenticate di portare con voi la vostra amata bike. Torino è sì una metropoli caotica e caliginosa ma è coronata da una serie di verdi rilievi dove è avventurarsi è un grande piacere.

La chiamano la montagna di Torino, in realtà si tratta della concatenazione di cime collinari lambite dalle acque del Po, che qui si presenta come un fiume di modeste dimensioni: almeno per chi è abituato a vederlo nei regimi d'acqua padani.


Salita con vista panoramica sul quartiere Lingotto dove sorse uno degli stabilimenti storici della FIAT
Il rilievo scelto in questo itinerario (vi promettiamo che andremo a scoprirne degli altri perché l'esperienza è stata entusiasmante) è il più elevato del gruppo: il Colle (o Bric) della Maddalena che sfonda di poco il tetto dei 700mt. A legare questo rilievo con la città è la colossale figura femminile raffigurante la Vittoria Alata. Imponente estetizzazione della vittoria nella Grande Guerra, commissionata  nei primi anni '20 da Giovanni Agnelli, patron e fondatore della FIAT. Per i torinesi è il Faro della Vittoria (o faro della Maddalena): le mani bronzee della dea impugnano una lanterna che col calare del buio punta un fascio luminoso sulla brulicante città. Ai suoi piedi l'immancabile epigrafe dannunziana. 


Faro della Vittoria

Opera dello scultore Edoardo Rubino, realizzata in bronzo a partire dal 1928. E' la statua più alta del capoluogo piemontese con i suoi 18,5 mt



Veniamo all' itinerario.
Il primo consiglio è quello di non prenderlo sottogamba: può sembrare una gita fuori porta ma non è così. La fatica, il livello tecnico e le capacità di orientamento richiedono esperienza e capacità di adattamento. Un casco integrale e le protezioni non saranno sprecate, e non sarete gli unici a girare così bardati.

Dalle rive del Po alla Maddalena per 4 (e mezzo) entusiasmanti discese.

Parcheggiando a ridosso di una struttura sportiva sulla sponda sinistra del grande fiume, si inizia a salire attraversando due parchi urbani collinari: il Leopardi ed il San Vito. Dopo 4 km con alle spalle la Chiesa di San Vito in muratura, continuiamo verso la cima sovrastata dalla Vittoria Alata: un breve passaggio su asfalto subito seguito dall'entrata nelle strade sterrate del parco.
La vetta è raggiunta al km 9 al termine di un tortuoso sentiero che si avvinghia alle pendici della Maddalena. Da notare, lungo il percorso, le targhe color argento dedicate ai caduti della Grande Guerra. 

Il Toro Verde, caratteristiche fontane torinesi

Targa in omaggio a un caduto della Grande Guerra

Non preoccupatevi dei vari cartelli di divieto alle bici che incontrerete: la convivenza promiscua tra ciclisti e pedoni è ormai norma consuetudinaria.

Dalla statua prendiamo il primo sentiero che si trova in direzione nord: è segnalato come sentiero per esperti dedicato alle mtb. E' molto breve, praticamente un riscaldamento ma vale la pena provarlo perchè molto divertente come guida flow. 


Torino MTB


Si ritorna in breve alla Maddalena e salendo verso una chiesetta bianca su strada cementata incontriamo una sorta di Trail Center con una ramificazione di sentieri che scendono a Sud Est. Prendiamo quello più a sinistra che si rivela un sentiero roccioso con passaggi burberi ma nel complesso piacevole. 




Km 16 dopo una risalita tra sterrato e asfalto siamo di nuovo in prossimità della chiesetta bianca, stavolta però si devia sulla destra all'altezza di un grosso tronco ricoperto di scritte ad ampostil. Inizia ora la più lunga, completa ed avvincente delle discese. La prima metà è frutto di un ottimo trail building con tratti anche impegnativi ed esaltanti per la guida, chi vuole può sbizzarrirsi anche con rampe, sponde e panettoni. Non manca nemmeno qualche buon rock garden. 




La seconda tranche è invece all'insegna del natural: un sentiero stretto e sinuoso che si insinua tra le sponde di un vecchio canale che protegge anche da alcuni alberi caduti facilmente superabili in sella. 





Discesa che termina intorno al km 18,5; un tratto in saliscendi tra bosco e campagna conduce alla volta di Revigliasco, e da qui si imbocca la SP 126. La percorriamo in salita per 2,5 km per imboccare il sentiero 10. Sembra una veloce via di ricongiungimento con la pianura in realtà si rivela un single track piuttosto lento, improntato al flow, con continui rilanci, tratti tecnici e risalite. Il tutto in una ambientazione sorprendentemente selvaggia per  zone così antropizzate.

Al termine del sentiero siamo al km 25, non facciamoci mancare un'ultima e avventurosa discesa con il sentiero 11-12. Dopo160 mt di dislivello in risalita si ritorna a lambire i confini del parco della Maddalena: il nostro sentiero è di un bellissimo flow, molto simile al precedente e tendenzialmente viscido per la fitta vegetazione.
Ricongiungimento con il parcheggio che si risolve rapidamente in qualche curva su asfalto. L'impressione è che lascia questa collina è di essere piccola ma completa, decisamente varia ed appagante per gli spiriti eclettici. Ideale come meta per la bassa stagione. 

www.amazon.it/shop/endurosenzafretta




lunedì 6 gennaio 2020

MTB e caccia: regole di buon senso per una convivenza possibile

Quello tra biker e cacciatori è un rapporto non propriamente spontaneo, sarebbe meglio dire simultaneo. Non spetta a noi giudicare l'etica di questa attività ma vorremmo contribuire a creare un rapporto di convivenza tra le attività che si svolgono nei confini della natura.





Il punto è che da una parte abbiamo persone armate di soli zaini, borracce e biciclette, dall'altra polvere da sparo e pallettoni. Siamo tutti vulnerabili davanti alle scie di piombo vaganti ma per fortuna ci sono regole e buon senso per non trasformare i boschi in un Far West.

Partiamo dalle regole scritte a cui nessun devoto della dea Diana può sottrarsi. In primis la distanza da luoghi abitati siano essi case, fabbriche o qualunque edificio atto ad ospitare una qualsivoglia attività umana. La presenza di cacciatori non è consentita nel raggio di 100mt da esse, mentre per strade (asfaltate e non) e ferrovie l'area interdetta è di 50mt e non si può comunque sparare in direzione dei suddetti per una distanza di 150mt.

Vale anche per i sentieri come i nostri single track? Purtroppo no, sui sentieri l'attività venatoria è consentita ma ci sono alcune codici di comportamento riportati anche nei manuali di caccia e che possiamo far valere come argomentazioni nel caso percepissimo un pericolo. Per prima cosa il cacciatore che si trova sui sentieri o in direzioni di essi deve tenere il fucile aperto e scarico e comunque tenere sempre l'arma puntata verso il basso nel caso la impugnasse. Nelle aree non adibite a caccia o sui veicoli l'arma deve essere tenuta in custodia.
In altre parole non può camminare liberamente come un marines lungo i sentieri come non di rado capita di vedere: in tal caso potete farlo presente al diretto interessato prima di avvisare le forze dell'ordine o le guardie ecologiche in caso di recidiva.

Le battute di caccia al cinghiale devono essere opportunamente segnalate con cartelli dal fondo giallo che indicano il giorno della battuta e l'ambito territoriale di competenza. Sia però chiaro che questo non vale assolutamente come divieto di passaggio: se possibile meglio scegliere un itinerario alternativo ma nessuno può dirvi che non potete passare di lì. La caccia al cinghiale si svolge sempre in squadre e devo essere inquadrate secondo determinate regole.
I cacciatori dovrebbero sempre girare con giubbetti arancioni ad alta visibilità mentre percorrono i sentieri, inoltre la squadra di caccia deve avere un coordinamento ed un responsabile da individuare in caso di sinistro o controversia.




C'è infine un discorso di territorialità: per i local che si dilettano a creare e mantenere sentieri è buona norma informarsi su quali sono i limiti dei territori di gestione della caccia. Nelle zone dove la presenza di sentieri è imponente non è un problema lasciare ai cacciatori alcuni percorsi nei giorni della battuta: una condivisione possibile in base a taciti accordi tra locali. Non si può però pretendere che questi accordi siano conosciuti e condivisi anche da biker che migrano per centinaia di km: anche qui questione di buon senso.

Le nozioni che vi abbiamo fornito possono avere una loro importanza nel caso vi doveste confrontare con appassionati dell'arte venatoria: per lo meno chi vi sta di fronte percepirà che non siete nè sprovveduti nè disinformati e che sarete determinati a  far riconoscere i vostri diritti fino all'ultima ratio della richiesta di intervento delle forze dell' ordine (la competenza è della Polizia Locale, dei Carabinieri Forestali, Corpo Forestale dello Stato, Guardia di Finanza, Vigili Provinciali e Volontari di corpi giurati). Siamo però convinti che nella stragrande maggioranza dei casi tutto si risolva con un saluto e un sorriso tra persone perbene. 

Spesso i problemi sono di origine culturale, o persino generazionale: con le vecchie generazioni di cacciatori abituate a spadroneggiare sul territorio il confronto è più in salita. Sarebbe pertanto utile che a promuovere una cultura della condivisione degli spazi fossero tutte le associazioni che hanno interessi naturalistici sul territorio. Magari farebbe piacere anche sentire la voce di chi ha tanto tuonato sulla pericolosità dell'andare in MTB sui sentieri. 

giovedì 2 gennaio 2020

Massa C.: visita al Trail Center M.te Pasquilio

Una trail area incorniciata a Sud dalle scintillanti acque del Tirreno e a Nord dal contrafforte degli aspri crinali delle Alpi Apuane. In mezzo le mura dai colori pastello di Massa, antica città ducale che presenta fusioni di stili architettonici barocchi, rinascimentali e tardo medioevali. 








Siamo nell' angolo più settentrionale della Toscana, un incastro nella confinante Liguria con la quale condivide la stessa  tiepida aria balsamica che corrobora gli agrumi. 

E' in questo favoloso contesto che si sviluppa il reticolato di sentieri del monte Pasquilio: una realtà consolidata da diversi anni di duro lavoro da parte di trail builders locali. Una meta ideale per fuggire dai rigori dell'inverno.

Si parte dall'ampio parcheggio dell' Ospedale di Massa: dovremo sorbirci 1km di traffico della SS1 Aurelia ma è l'unico punto dove si trova parcheggio in questo caotico capoluogo. L'ingresso in città è annunciato dalla vista delle poderose mura del Castello dei Malaspina. Si entra dalla porta, quella monumentale, un tempo coronata dalle mura antiche. Il centro è piccolo ma pittoresco e vivacissimo nei colori con un filare di aranci a coronare il tutto. Il maggior impatto artistico è però conferito dalla facciata del Duomo dedicato a San Francesco: poderose arcate e affreschi esterni valgono bene una sosta d'ammirazione.










Curioso anche l'ingresso dell'ex rifugio antiaereo, ricavato in tempo di guerra sotto le mura del castello; il luogo è visitabile a  orari prestabiliti.




Fuori le mura la direzione da seguire non lascia a dubbi: il cartello marrone che indica Monte Pasquilio. Si tratta di una salita prevalentemente asfaltata, senza particolari strappi e che interseca vari sentieri MTB.

Dopo 14,5 km di nastro catramato si devia su una sterrata ben indicata dalla cartellonistica dedicata ai biker.
Le possibilità di fare trail sono innumerevoli, qui abbiamo scelto un percorso di ultima concezione più una serie di trail vecchio stampo alternando lo stile bike park al natural.






Pertanto al km 15 in piena trail area la traccia imbocca il sentiero Lucifer di freschissimo conio. Non lo seguiremo per intero perchè in alcuni tratti l'eccessivo fango ci ha fatto optare per una deviazione alternativa sulla DH Rosa (km 16,6) con risalita per riprendere il sentiero luciferino nel tratto finale. Nel complesso un trail abbastanza avvincente che si svolge in un bosco dalle atmosfere gotiche. Molto guidato nella prima parte e con qualche passaggio gravity interessante nella parte conclusiva.

Ritornando sulla forestale decidiamo di improvvisare, complice una freccia che indica il percorso mtb Fiumetto (km 18). Una scelta che si rivela avventurosa e molto affascinante per il contesto quasi amazzonico e per il ruscello che scorre parallelo al single track. Malgrado l'ambiente selvaggio il fondo risulta molto pulito, scivoloso ma quanto basta per esaltare la guida sul bagnato e qualche passaggio tecnico che aggiunge pepe al percorso.





Di ritornare a Massa su asfalto non se ne parla, ed ecco che dalla frazione termale di San Carlo si risale per circa 200mt alla ricerca della vecchia DH nera (km 23). L'ingresso passa da una proprietà privata, l'incontro amichevole con i proprietari fuga i dubbi sull'opportunità di attraversare questo tratto.

Di DH c'è solo il nome (eredità di un tempo in cui per DH era inteso tutto ciò che differiva dalle mulattiere) tuttavia i passaggi stretti e le curve da tagliare di netto si rivelano esaltanti per la guida old school. 
Ritorno su asfalto, dopo una serie di tornanti all'altezza di una fontana si devia su sterrato che riporta a Massa, quest'ultimissimo tratto non ha nulla di particolare ed è pieno di rovi, pertanto si può anche optare per il ricongiungimento finale su asfalto senza rimpianti.













venerdì 27 dicembre 2019

Carrara/Campocecina: l' enduro del marmo

E' incredibile quanto sia avventuroso e variegato questo itinerario MTB che scorre lungo il confine tra Toscana e Liguria sulle ultime pendici delle Alpi Apuane che declinano verso il mare.


A rendere unico questo percorso è indubbiamente la presenza delle cave di marmo. Uno spettacolo che conferisce ambigue emozioni  dal piacevole candore naturale di questa roccia biancastra da un lato e la mostruosa devastazione compiuta dalla mano dell'uomo per impossessarsene. 




Non è un giro semplice: servono gambe allenate per un dislivello impegnativo, una predisposizione ad affrontare ambienti selvaggi, nonchè una poliedrica tecnica di guida in grado di passare dal flow al trialistico dal naturale più crudo allo stile bike park con sponde e toboga.

Partenza da Casano, un piccolo comune adagiato sul torrente Parmignola, a 10 km in direzione Ovest da Carrara. Salita subito impegnativa su asfalto in via Brigate Partigiane (l'attività della resistenza su queste colline fu molto intensa) alla volta del crinale che porta a Campocecina. Dopo quasi 3km si abbandona il nastro d'asfalto per proseguire sul fondo naturale di una mulattiera che affianca il confine con il territorio ligure. Dopo un bel crinale (seguire sempre il sentiero che sale) e qualche arcigno strappo in single track si confluisce sull'asfalto della Strada Provinciale (siamo al Km 6,8). Abbiamo scalato 600 mt di dislivello ma la percezione è quella di una scalata dolomitica, complice anche un fondo pesante.


L'asfalto della provinciale ci accompagna per poco meno di 1km, per passare rapidamente sulla strada comunale diretta a Campocecina affiancando il Monte Pianaccia. Ora non resta che seguire questa strada fino ad arrivare in prossimità del Rifugio Carrara. Prima però si attraversa il Passo della Gabellaccia al km 13. E' un luogo intriso di storia oltre ad essere l'intersezione con la prima discesa che affronteremo in seguito. L'edificio diroccato che si scorge sulla destra è l'antica dogana in funzione fino all' epoca pre unitaria: qui per passare si doveva versare quella gabella che spiega l'origine del toponimo.


La salita è costante e abbastanza impegnativa, lo sforzo è gratificato dallo spettacolo delle cave di marmo. La montagna con il bianco ventre scoperto, percorsa da un dedalo di strade utilizzate per asportare pezzi del prezioso materiale, una parvenza non più naturale ma involontariamente cubista. 




Tralasciamo i commenti che sono ovviamente di disappunto per questo che è puro sfruttamento di una risorsa non indispensabile e continuiamo l'ascesa fino a Campocecina (18,5 km) dove si può approfittare di un ristoro prima di iniziare la lunga e dispendiosa avventura.

La discesa si imbocca all'altezza della rotatoria con le sculture in marmo seguendo il segnavia CAI 185
La possiamo dividere in tre tronconi: il primo detto tunnel arriva fino all'incrocio con la Gabellaccia, la seconda parte va da qui a Castelpoggio sul sentiero detto Pedofilo, per concludere con il Sentiero del Volpiglione, conosciuto come trail Barattini, che riporta al punto di partenza.

Vediamoli in dettaglio.
La Tunnel è una discesa che alterna il trialistico al flow: la prima parte è la più selettiva, poi le rocce lasceranno il posto ad un terreno liscio e decisamente alla portata di tutti. Da ammirare le grotte naturali che, risulta documentato, ospitavano anche tribu' di primitivi.  




Si scende dal diroccato edificio dell' antica dogana superando una serie di scalini. Segue un tratto decisamente selvaggio, in un bosco attraversato da una sottile linea creata dal passaggio dell'uomo: a volte l'attraversamento risulta difficoltoso ma solo in brevi tratti. Da notare la presenza della "lingua di cervo" una pianta che cresce solitamente in ambienti estremamente umidi come orridi e forre.



Il ritorno alla civiltà è segnato dalla prime case che compongono il villaggio montano di Castelpoggio, del quale si attraversa il pittoresco centro storico per poi imboccare in salita, con l'orizzonte sul mare, il sentiero del soldato. 

Dopo un ultimo strappo in salita si devia a destra su un sentiero che scende precipitosamente: è il Barattini o Sentiero Volpiglione. Il natural è già un ricordo, il lavoro dei trail builder qui è evidente e per molti aspetti apprezzabile, anche perché si raccorda spesso con sentieri preesistenti creando un piacevole mix di stili di guida. 
Finale scoppiettante con un Toboga da scintille; si esce all'altezza di un vecchio mulino dove esondano le acque del ruscello che lo alimentavano. Ricongiungimento in leggera discesa su asfalto fino al parcheggio.  



giovedì 12 dicembre 2019

Come affrontare la caduta in MTB ?

Per quanto scaltrezza un biker possieda nell'affrontare le avversità, nulla può contro la legge dei grandi numeri: ovvero la probabilità che, prima o poi, si finisca a terra guidando un mezzo a due ruote.





L'abilità nel cadere è a buon diritto una delle tante destrezze che il biker deve registrare nel curriculum. Per quanto traumatica la caduta non è altro che una discesa interrotta bruscamente e con altri mezzi.
L'argomento è variegato e complesso: lungi dal pretendere di esaurirlo in poche righe vorremmo fornirvi alcune linee guida utili per prevenire le conseguenze più deleterie.  




La prima riflessione riguarda le cause della caduta: la stragrande maggioranza di esse è infatti dovuta alla perdita di aderenza della ruota anteriore. Su questo potremmo ramificare ulteriormente l'analisi: la ruota può sfuggire al controllo per vari motivi, ma la dinamica della caduta comporta o una scivolata o la rotazione completa del manubrio. 
In altre parole ci troviamo d'improvviso con lo sguardo sul terreno ed abbiamo una frazione di secondo per decidere la nostra sorte davanti a questo imprevisto.
Potrebbe sembrare bizzarro che vi suggeriamo di fare così tante cose in uno spazio temporale minimo: in realtà molto dipende dall' impostazione psicologica, vediamo perché.


Non restare attaccati alla bici

Aggrapparsi alla bici come molluschi attaccati allo scoglio: è la prima cosa da evitare! E' vero che amiamo la nostra bici fino al punto di sentirla un prolungamento del nostro corpo, ma se vi restiamo attaccati anche durante una caduta potrebbe diventare, in quel frangente, la nostra peggior nemica.
Il principale legame biomeccanico è all'altezza di pedali, manubrio e sella. Da quest'ultima ci si stacca per forza, mentre dai pedali la situazione si complica e non di poco se siamo agganciati con le clip. 
Quello con il manubrio è un legame più psicologico: si tende a rimanervi aggrappati come fosse l'ultima ancora di salvezza, oppure si tenta un disperato tentativo di aggiustare una traiettoria ormai compromessa (succede anche ai biker provetti). Purtroppo tutto questo si traduce speso in denti rotti, mandibole dondolanti o alla meno peggio in un mese di collarino.
Quindi il consiglio è: svincolarsi senza esitazione dal mezzo meccanico e predisporre gli arti alla caduta.




Rotolamento

Torniamo a quel frammento di secondo che ci separa dall' impatto con la terra: ora possiamo solo ridurre o alla meglio trasformare tutto in una botta di adrenalina. 
Fissiamo questo istante: siamo carichi di energia potenziale che si trasformerà, tempo un nanosecondo, in energia cinetica. Ovvero il corpo proseguirà la sua corsa fino ad esaurire l'inerzia. A fare la differenza sarà la nostra elasticità di caduta: cadere in modo rigido con le braccia dritte e tese o esponendo solo mani senza distendere l'avambraccio può provocare seri danni alle articolazioni. 
Cadere non significa semplicemente impattare, ma cercare di dare alla caduta una dinamica il più possibile circolare. Avrete notato che molti professionisti quando cadono assumono una posizione "fetale" e cercano di sfruttare il fianco per rotolare il più possibile: così facendo l'energia si scarica senza impattare su punti vitali come il collo e la testa. Inoltre l'impatto risulta distribuito su una superficie più estesa del corpo: riducendo così il rischio di fratture. 




Controllare con lo sguardo

Un istante prima avevamo lo sguardo sulla traiettoria e adesso abbiamo una vista parallela al terreno: non c'è dubbio, qualcosa è cambiato, ma non per questo dobbiamo smettere di concentrarci sul punto dove andremo a finire. Chiudere gli occhi è la cosa più sbagliata! Lo sguardo ci serve per capire come uscire d'impaccio nel migliore dei modi, ma ancor di più ci serve per evitare conseguenze gravi come l'impatto con oggetti appuntiti siano essi di roccia o di legno, ma anche per un salvataggio in extremis  che potrebbe derivare dalla presa di un tronco d'albero o qualsiasi appiglio ci impedisca di cadere.


Prevenzione




Last but not least  fate vostra la cultura della sicurezza che abbiamo affrontato in dettaglio nell'articolo <La sicurezza in MTB>. Le protezioni sono uno scudo ma anche un punto di forza per affrontare quelle dinamiche di cui abbiamo parlato sopra: frenare sul terreno con avambracci e ginocchia verrà molto più facile e spontaneo se queste sono ben foderate.